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IL VIOLINO MAGICO
Una favola ispirata alla vita e
alle opere di Marc Chagall
“Mio padre aveva occhi
azzurri, ma le
sue mani erano piene di
calli.
Egli lavorava, pregava
e taceva.
Anch’io ero così
taciturno come lui.
Che ne sarebbe stato di
me?
Dovevo restare così per
tutta la vita,
seduto davanti ad una
parete oppure
trascinare anch’io
barili? Osservai le
mie mani. Erano troppo
delicate….
Dovevo cercare una
professione particolare,
un’occupazione che non
mi costringesse
a voltare le spalle al
cielo e alle stelle e
che mi consentisse di
trovare il senso
della mia vita. Sì,
cercavo proprio questo.
Ma nella mia patria
nessuno aveva mai
pronunciato prima di me
le parole “arte, artista”.
“Che cos’è un artista?”
mi chiesi”.
MARC CHAGALL
Da ragazzo ai
primi tepori della primavera amavo sdraiarmi sul prato verdissimo di
fronte alla stalla. Posavo la testa sulla giacca e sotto un cielo lilla
cominciavo a fantasticare…sognare… il cavallo e il maiale della fattoria
intanto brucavano tranquilli…
Il poeta
sdraiato
Sono un uomo
molto, molto vecchio, quasi centenario. Ho vissuto tanto e intensamente.
La mia vita è stata bella, straordinariamente bella, come poche hanno la
fortuna di essere.
Ma
all’inizio, quando ero molto, molto giovane, niente avrebbe fatto
supporre tanta gioia futura. Non c’era alcun indizio che facesse
presagire per me una vita eccezionale, anzi, le cose non si presentavano
per niente bene e sembrava non ci fosse da sperare nulla di buono per il
mio avvenire.
Vivevo in un
villaggio sperduto della vecchia Russia lontano dalle grandi città piene
di vita e di luce. La mia poverissima famiglia era composta dai miei
genitori e da noi figli: nove, tra ragazze e ragazzi. Io ero il
primogenito e molto presto iniziai ad aiutare mio padre, già anziano,
nel lavoro alla fattoria.
“Quando osservavo mio padre al lume
della
lampada, sognavo il cielo e le stelle,
molto
distanti dalla nostra strada. Tutta la
poesia
della vita si era concentrata per
me nella
tristezza e nel silenzio di mio
padre. Qui
era la fonte inesauribile dei
miei
sogni: mio padre, paragonabile
all’immobile, discreta e silenziosa mucca
che dorme
sul tetto della capanna”.
MARC CHAGALL
Il lavoro del
mugik era duro e difficile, le occupazioni nei campi erano
pesanti, tuttavia l’armoniosa semplicità della vita contadina non
mancava di regalarci momenti di serenità.
Ho sempre
amato molto gli animali ed ero felice quando potevo trascorrere un po’
di tempo con loro.
In
particolare ricordo – ero poco più che un bambino - che la mia bestiola
preferita era un puledrino, nato da poco nella fattoria. La
sua mamma era la nostra unica preziosa e
infaticabile giumenta che quasi ogni giorno portava il carretto su cui i
miei genitori all’alba, sotto un cielo ancora nero, raggiungevano il
mercato per vendere ciò che la terra ci dava.

(Il poeta sdraiato -
The Poet Reclining 1915 - Tate
Collection)
Il mercante di bestiame
Nel tempo libero accudivo
il puledrino e quando crebbe un po’ e le sue zampe divennero più forti e
sicure lo aiutai ad uscire dalla stalla per andare un po’ in giro per i
campi a conoscere il mondo.
Lo
avevo chiamato Stella perché aveva sulla fronte una grande macchia
chiara che spiccava sul suo morbido mantello che mi piaceva tanto
accarezzare. Quella macchia sembrava una misteriosa sorgente di luce che
lo illuminava tutto, dandogli l’aspetto e la lucentezza di una strana
pietra preziosa ornata d’oro. Considerai questa sua particolarità di
buon auspicio e me ne rallegrai: erano così poche le cose belle che ci
circondavano! Divenne così il mio portafortuna.
La vita campestre
Gli anni passavano in
fretta e le stagioni seguivano alle stagioni con il consueto spossante
lavoro che le accompagnava. Poi, per le lunghe sere d’inverno, trovai un
nuovo imprevisto passatempo che aveva il pregio di divertire tutta la
famiglia.
Ora vi racconto cosa
avvenne.
Dovete sapere che una
volta i villaggi come il mio erano meta – o semplice luogo di passaggio
- di girovaghi che non avendo un lavoro fisso andavano qua e là dove
l’intuito e il caso li portava, per svolgere la modesta attività
itinerante che dava loro da vivere. La gente offriva loro quel che
poteva.
Un giorno capitò al
villaggio un omino bizzarro ed eccentrico vestito in modo assai curioso,
che attirò subito l’attenzione di tutti, soprattutto di noi ragazzi.
Qualcuno cominciò
purtroppo anche a deriderlo per lo strano abbigliamento che sfoggiava
con disinvoltura. Tutti convenivano che il suo modo di vestire non aveva
nulla di abituale, soprattutto dalle nostre parti! Era, non lo nascondo,
sorprendente per noi vedere qualcuno indossare pantaloni a grossi
scacchi grigi e marroni e un lungo e pesante soprabito di colore viola!
Ma ciò
che principalmente suscitava la curiosità di noi ragazzi era il suo viso
che, incorniciato da una folta e nera barba, aveva un inquietante
colorito verdastro decisamente poco piacevole e rassicurante da vedere,
indice forse di cattiva salute o di chissà quale altro accidente.
Il violinista verde
Accadde
perciò che alcuni ragazzi particolarmente irriverenti sorprendendolo
sulla piazza principale del villaggio cominciarono ad infastidirlo. Lui
non reagiva ai loro beffeggi e alle loro smorfie di scherno. Però,
quando uno di essi tentò di strappargli di mano il violino che portava
con sé e che in quel momento stava suonando meravigliosamente, si
risentì talmente tanto da diventare ancora più verde. Tutti i monelli
allora, alla vista di quella carnagione biliosa che diventava sempre più
terrificante – somigliando minacciosamente a quella di un pericoloso
drago - fuggirono spaventati.
Sembrava
proprio che da un momento all’altro quel terribile musico dovesse fare
fuoco e fiamme dalla bocca, tanto la sua ira era furiosa.
Io che avevo
assistito a tutta la scena - che era stata davvero penosa perché in
fondo quell’uomo mi era parso del tutto innocuo, anzi, un uomo buono -
decisi di invitarlo alla fattoria.
Lui, pensai,
avrebbe rallegrato un po’ con la sua musica i miei stanchi genitori e i
miei fratelli e in cambio noi gli avremmo offerto la kasa – la
nostra polenta di semolino - e un riparo per la notte.
“Com’è noto, un uomo
buono può
essere un cattivo
artista. Ma uno che non
è un grande uomo e
pertanto neanche un
“uomo buono” non può
diventare mai un
vero artista”.
MARC CHAGALL
Mi seguì silenzioso
durante tutto il cammino che facemmo dal villaggio alla fattoria. Io,
che procedevo avanti per indicare la strada, lo vedevo con la coda
dell’occhio che arrancava faticosamente, ma con calma e fiducia.
Io e il villaggio
Fu una bella serata. Il
misterioso girovago suonava il violino in una maniera fantastica, o
forse a noi poveri contadini ignoranti sembrava così. Certo eravamo un
pubblico rozzo, che facilmente si accontentava; però io ebbi la precisa
sensazione che veramente il nostro ospite fosse un grande violinista.
I miei genitori e i miei
fratelli erano come me incantati da tutta l’armonia che il suo magico
strumento faceva aleggiare vaporosa nell’aria.
Il girovago rimase anche
il giorno dopo e poi ancora un giorno e un altro ancora, durante i quali
volle assolutamente insegnarmi qualche passaggio musicale tra i più
facili. Ero certo che questa fosse un’idea bizzarra, come il personaggio
che l’aveva pensata, ma non volevo offenderlo deludendo il suo
entusiasmo e per farlo contento accettai.
Perché avesse
scelto proprio me e nessun altro tra i miei fratelli e sorelle non so
dirvelo.
La mia
sorpresa fu grande quando, dopo i primi accenni insicuri, seguendo le
sue istruzioni rapidamente fui in grado di suonare un breve brano. Che
bello! E che gioia mi dava! Una gioia mai provata! Avevo l’impressione
di librarmi in volo mentre suonavo: lieve, lieve, lieve come un
uccello.
Suonavo senza
alcuno sforzo o difficoltà: le note uscivano piccole piccole e leggere,
una dopo l’altra, dalle corde ben tese del violino; sembrava non avessi
mai fatto altro in vita mia!
Il girovago
era anche lui felice, e questo si manifestava vistosamente con un
evidentissimo sbiadirsi di quel suo colore innaturale.
Ora il suo
viso appariva quasi normale, bello addirittura.
La sera del
terzo giorno ci annunciò che la mattina seguente sarebbe ripartito per i
suoi consueti itinerari. Non poteva proprio rimanere di più, ci disse,
doveva recarsi in un villaggio vicino per suonare polke e valzer a un
matrimonio. Ci ringraziava: si era trovato bene con noi, non ci avrebbe
di certo dimenticato. Verso di me soprattutto si comportò molto
affettuosamente lodando il mio inaspettato talento musicale.
“Ammirevole! Ammirevole!” continuava a ripetere.
Mi dispiaceva
molto che ci lasciasse e pensai con rammarico che non avrei più potuto
suonare quel suo magnifico violino che tra le mie mani totalmente ignare
di musica era stato capace di emettere un suono dolcissimo e armonioso,
come non avevo mai sentito. Sembrava il manifestarsi di un miracolo o
l’avverarsi inatteso di un sogno, uno dei tanti che ero solito fare
disteso sul prato di casa. Si trattava forse veramente di qualcosa di
magico? Chissà!
Sarei dunque
tornato ai pesanti lavori di sempre e quei tre giorni sarebbero stati
solo una gioiosa, seppure breve, parentesi nella mia vita. Non
sospettavo minimamente cosa sarebbe accaduto la mattina dopo.
All’alba mi
alzai pensando di andare in cucina per preparare qualcosa per il nostro
violinista. Un po’ di pane e burro lo avrebbe senz’altro confortato
lungo la strada che doveva affrontare, che supponevo lunga e faticosa.
Ma quando
andai nella stalla dove il girovago aveva passato la notte per portargli
la bisaccia che conteneva il cibo, ebbi l’amara sorpresa
di non
trovarlo più.
Lo chiamai,
lo cercai dappertutto. Ma niente da fare, era proprio
sparito,
volatilizzato.
Forse,
pensai, non aveva voluto rivederci perché anche lui era profondamente
dispiaciuto di dover andare via: ci eravamo accorti della sua malinconia
la sera prima, mentre mangiavamo tutti riuniti intorno al grande
focolare della casa…
Mi sedetti
sconsolato sulla paglia, ma…ma… cos’era? Qualcosa di rigido emergeva da
sotto la coltre. Sollevai la paglia e …meraviglia!…Era il violino del
nostro ospite che affiorava!
Incredibile!
Il povero girovago non poteva aver dimenticato il suo amato strumento,
tanto più che esso rappresentava la sua unica fonte di sopravvivenza.
Senza di lui come avrebbe fatto?! Di che sarebbe vissuto?! E il
matrimonio al quale avrebbe dovuto suonare di lì a poco?
Uno strano
rotolino di carta di giornale era infilato sotto il ponticello. Sul
risicato margine bianco libero dalla stampa una calligrafia puntuta
aveva tracciato con il carbone poche parole: “ per Marc buona fortuna”.
Allora il
musico aveva lasciato qui il violino di proposito, ma perché?! Cosa
avrei potuto farne io?!
La sera
stessa dopo il lavoro e dopo cena ripresi in mano il prezioso strumento
sotto gli sguardi stupefatti e un po’ increduli dei miei familiari.
Non avevo
idea di cosa avrei potuto suonare. Ma, via via che con le dita incerte
pizzicavo sulle corde e l’archetto correva veloce, quasi
prodigiosamente, gli ormai ben noti suoni leggeri e melodiosi uscivano
da quel violino portentoso.
Sbalordito e
quasi frastornato da quel che mi stava accadendo continuavo a
improvvisare melodie e canzoni che venivano fuori così, con estrema
facilità, come se le avessi sempre suonate.
E così questi
miei piccoli concerti serali divennero un’abitudine, un modo di
trascorrere le serate buie e fredde dell’inverno russo, finché un
giorno…
“Mi
chiamo Marc, ho l’animo sensibile e
non ho denaro, ma di me
si dice che
abbia talento”
MARC
CHAGALL
Il grande circo
…Finché un bel giorno –
qualche tempo dopo - arrivò al villaggio un circo, un grande circo, il
più grande che avessimo mai visto.
Noi ragazzi approfittammo
subito di questo straordinario avvenimento – ne accadevano così pochi
dalle nostre parti! - per trascorrere qualche ora di spensieratezza. Nel
giorno di festa mi avviai perciò verso il villaggio insieme ai miei
fratelli più piccoli.
Sulla piazza che
normalmente ospitava il mercato dove gli abitanti potevano
trovare le
più varie mercanzie - dai panieri di
farina, ai girasoli, alle pere, ai ribes e alle stoviglie varie - era
stato sistemato il tendone.
Era grandissimo e ci
colpì molto perché spiccava contro il cielo grigio pesante di nuvole con
la sua sagoma rossa arrotondata. Sembrava un’enorme mongolfiera ancorata
a terra prima della partenza.
“Chissà cosa troveremo lì
dentro?”, mi domandavano impazienti di entrare i miei fratellini e
sorelline, assaporando già le meraviglie che ci aspettavano. Anch’io,
nonostante non fossi più bambino, mi sentivo come loro, contento di
scoprire un mondo incantato di invenzioni e di stranezze, di curiosità e
magia, dove le uniche leggi in vigore erano quelle della fantasia e
dell’immaginazione. Entrammo.
All’interno sotto la
cupola che ci sembrava altissima le luci creavano sulla pista ancora
deserta suggestioni di ombre e colori mai visti. Strani e sconosciuti
attrezzi pendevano dall’alto e altri erano posati a terra insieme a
diversi strumenti musicali.
Insomma tutto era immerso
in un’atmosfera misteriosa ed entusiasmante.
Ci sedemmo sulle panche
sistemate in circolo attorno all’arena aspettando ansiosi l’inizio dello
spettacolo. Molto presto le nostre aspettative si concretizzarono in
un’allegra confusione: ecco infatti che da dietro una pesante tenda blu
sollevata da uno strano individuo in abito viola apparvero tutti insieme
gli artisti per presentarsi al pubblico. Entrarono in pista trasportati
su un piccolo carro una decina di personaggi molto particolari vestiti
con costumi sgargianti e strani e dal volto truccato vistosamente.
Ridevano, saltavano e ballavano. Il gigante barbuto dalla forza inaudita
che aveva tirato quello strano carretto prima spezzò le catene che gli
erano servite per trascinarlo poi sollevò con le poderose spalle
l’intero carico dei suoi amici e colleghi. Eravamo tutti letteralmente a
bocca aperta. Alcuni pagliacci buffissimi scesero quindi di corsa giù
dal carro e ci fecero smascellare di risate a crepapelle con i loro
bislacchi e sgangherati esercizi: ce n’era addirittura uno molto piccolo
che cavalcava con disinvoltura una specie di gallo cantando una curiosa
filastrocca! Faceva così:
Un pittore e un poeta
- amici affettuosi -
decisero un giorno per
diventare famosi
di unire le forze e
inventare di botto
un mondo nuovo circolare
come un otto.
Questo mondo assai strano
- che era fatto tutto a
mano -
era un volo di fantasia
che facilmente poteva
essere portato via.
Si metteva in una borsa
e si era pronti per una
corsa
nel paese dell’immaginario
dove era possibile ogni
scenario.
Per crearlo blu e rotondo
il pittore s’alza in volo
dipingendo tutto in tondo
con un pennello solo.
Ma il poeta per trovare le
parole di una rima lesta
ecco che ha perso
letteralmente la testa!
Queste incredibili
acrobazie per creare
una favola da trasportare
somigliano molto ai salti
e ai balli
che sulla pista di un
circo possono fare certi galli.
Sono galli cavalcati da un
pagliaccio
che non sa pattinare sopra
il ghiaccio
che sogna invece una gita
in barca sull’acqua blu…
e per finire questo verso
trova un po’ la rima tu.
Tutte insieme queste rime
non vogliono forse dire niente
servono solo per allenare
la mente,
per descrivere l’opera di
un artista
che rallegra la nostra
vista.
Se però tu vuoi aggiungere
il tuo pensiero
puoi sempre farlo purché
sia vero
sia solo tuo, originale e
sincero
come i quadri di Chagall
che qui appresso puoi
ammirar.
Il pittore: alla luna -
Il gallo
Alcuni dei pagliacci
sembravano giocolieri abilissimi e veloci, veri e propri campioni di
destrezza. Agitavano nell’aria sfere, clave e cerchi sotto forma di
pentole, coperchi e cucchiai di legno, ma all’improvviso uno di loro si
mise ad agitare nell’aria torce infuocate tra lo sconcerto e la paura di
noi spettatori; poi un domatore di… pulci mostrò le prodezze dei suoi
addestrati animaletti; un prestigiatore dal tocco magico fece sparire e
comparire dal fondo dei suoi cilindri mille cose: conigli, topolini,
zucche e cipolle insieme a stoffe colorate… e… alla fine…
Ecco finalmente il numero
più bello e più atteso dell’intero spettacolo: quello degli acrobati.
I tre acrobati
Erano
tre fratelli: due ragazzi e una ragazza che con facilità e leggerezza
volteggiavano nel vuoto sull’alto trapezio.
Questi giovani maestri
dell’arte del volo si lanciavano nel nulla temerariamente in arditi
passaggi mozzafiato incuranti del pericolo.
Afferrandosi per le mani o
per i piedi rimanevano a testa in giù, animando il cielo del circo con i
loro ghiribizzi aerei assolutamente eccezionali, sembravano proprio
creature più adatte agli spazi infiniti ed evanescenti che al mondo
terrestre che noi conoscevamo. Degli angeli insomma, che non riuscivano
proprio a stare coi piedi per terra. Tutti noi li ammiravamo con la
faccia verso l’alto e il collo storto.
La ragazza poi, era la più
vivace e spericolata. Il suo corpo elastico tracciava nell’aria con
delicata armonia di danza le figure più originali – e anche più
pericolose! – e noi lì sotto trattenevamo il respiro per paura che
cadesse. Ma lei leggera come una farfalla volava sicura, afferrata da un
fratello e rilanciata all’altro senza timori ed esitazioni. Noi
seguivamo le loro ombre che ingigantite sul tendone accrescevano
magicamente l’attesa e la sorpresa di quel che sarebbe venuto dopo.
L’Acrobata
Poi a chiusura del numero
la ragazza salì nel punto più alto sotto il picco del tendone e da lì
improvvisamente si gettò giù in un vertiginoso volo: stava
precipitando!?
Il pubblico soffocò a
fatica un grido di terrore. Ma appena
un momento prima di sfiorare la pista, un
bellissimo nastro multicolore che l’avvolgeva serpeggiando alla vita si
era srotolato velocemente trattenendola ad un solo passo dal suolo. Un
respiro profondo di sollievo e meraviglia s’alzò dalla folla ora
sorridente.
Strepitoso davvero!!!!
Tutti erano ammirati e scrosciarono per lei, fortissimi, gli applausi,
accompagnati da un generoso lancio di fiori.
Più di
una volta alla fine del numero, mentre i tre ragazzi ringraziavano il
pubblico entusiasta di loro, io, che ero in prima fila, avevo incrociato
lo sguardo della giovane acrobata. E lei mi aveva sorriso. Gli applausi
non finivano più: meritatissimi, perché tutti e tre erano stati
veramente formidabili.
All’uscita, dopo lo
spettacolo, stavo avviandomi con i fratellini verso la fattoria, quando
sentii tirarmi un lembo della giacca. Voltandomi vidi i tre fratelli
acrobati che mi sorridevano.
“Abbiamo notato che lo
spettacolo ti è piaciuto moltissimo; vorremmo invitarti nel nostro
carrozzone. Il samovar è pronto per il tè, faremo amicizia e
potrai conoscere il nostro Direttore e proprietario del circo, gli farà
di certo piacere!”.
Mi dissero poi che si
chiamavano Misha, Viktor e Bella.
Anch’io dissi il mio nome e li seguii sul carrozzone.
Quale
fu la mia sorpresa!!! Seduto su un divano all’interno della casa
viaggiante indovinate chi vidi? Non immaginereste mai ciò che sto per
dirvi!!
Vestito elegantemente di una marsina violablu (ricordate il personaggio
che aveva aperto la tenda della pista? Era lui!) stava sorseggiando una
tazza di tè occupato a scrivere su un foglio di carta da musica…il
violinista dalla faccia verde! Era lì, come attendesse il mio arrivo.
Sì!
Era proprio il misterioso girovago che era stato nostro ospite alla
fattoria! Ma quanto diverso, irriconoscibile! Se non fosse stato per la
sua specialissima faccia verde…questa volta perfettamente rasata…e nel
momento in cui entrai, tutta assorta…anzi, a dir meglio…tutta la sua
testa mi parve addirittura che…staccata dolcemente dal corpo…stesse
volando inverosimilmente libera nello spazio!! Forse, pensai, era
l’effetto dell’ispirazione poetica!! Non riuscivo a pronunciare parola
dallo stupore. Lui niente affatto sorpreso anzi, sorridente e
affettuoso, si alzò per venire ad abbracciarmi.
Il poeta(Tre e mezzo)
Hai fatto progressi con il
violino?”, domandò, come se ci fossimo lasciati il giorno prima.
Balbettando per l’emozione
risposi “Sì…ab…ba…stanza”.
“Bene,
bene!”, rispose. Poi rivolto ai tre giovani acrobati:” Questo ragazzo è
un ottimo violinista e se accetta ho in mente di scritturarlo per il
nostro spettacolo. Suonerà mentre voi eseguite gli esercizi. Sarà una
piacevole novità, non vi pare? Che ne pensate?”
I ragazzi sembravano
entusiasti all’idea e si voltarono verso di me per sapere subito cosa
avrei deciso.
Si trattava di un’idea
semplicemente meravigliosa, dissi, ma…
Come avrei fatto a
lasciare la mia casa, i miei genitori e i miei fratelli, che avevano
ancora senz’altro bisogno di me?
Il violinista verde allora
propose che sarebbe venuto a parlare con mio padre e gli avrebbe esposto
il suo progetto chiedendo la sua approvazione. Lui si disse comunque
sicuro che mio padre avrebbe accettato per il mio bene e per il mio
radioso futuro.
Sì, proprio così disse: il
mio radioso futuro.
Non sto a raccontarvi come
andò e tutto quel che accadde quel giorno, eccezionale per me. Vi basti
sapere che mio padre con mia grande sorpresa accettò di lasciarmi andare
a lavorare nel circo più bello e importante di Russia.
E grazie a questa sua
lungimiranza sono diventato un famoso violinista e artista di circo.
Al centro della pista con
indosso il mio costume rosso e oro circondato dalle luci più belle
accompagnavo al violino gli esercizi degli acrobati miei amici.
La grande parata
Bella era sempre più
brava. Danzava lassù immersa nell’immenso spazio aereo sotto la cupola,
appesa al suo sottile, sempre più sottile, quasi invisibile trapezio.
Le sue rarefatte,
immateriali creazioni fatte d’aria - le più originali e difficili,
somiglianti sempre di più a voli tra sogno e realtà – arzigogolavano nel
vuoto, suscitando emozioni grandissime negli spettatori. Il suo era
senz’altro il numero più bello del nostro circo e io suonavo per lei.
Ero felicissimo, non immaginate quanto!
Trascorsero alcuni anni,
durante i quali girammo il mondo per portare ovunque il nostro
spettacolo che a San Pietroburgo godeva di grande seguito ed era sempre
più richiesto.
Parigi, Roma, Londra,
persino New York, furono le nostre mete.
Divenimmo famosissimi e
celebratissimi.
Il
violinista verde, nostro Direttore, componeva le più belle musiche per
violino ed io poi le eseguivo durante gli spettacoli: gli esercizi più
insoliti venivano ideati da Misha, Victor e Bella per rendere sempre più
affascinanti e straordinarie le nostre esibizioni.
I commedianti
Accadde poi che il
violinista verde, ormai vecchissimo, ci lasciò. E questa volta purtroppo
fu per sempre.
Prima di morire ci volle
tutti accanto a sé e donandoci il suo circo – perché noi lo curassimo e
continuassimo il suo lavoro – ci disse: ”Il circo per me è stato uno
spettacolo magico che viene e va proprio come un mondo”.
Non
capimmo subito il profondo significato di queste bellissime, poetiche
parole. Eravamo troppo giovani. Ma con enorme passione proseguimmo
questo fantastico lavoro e ad esso dedicammo tutta la nostra vita.
Ora che sono così vecchio
credo finalmente di comprendere ciò che il violista verde aveva voluto
dirci. Uno spettacolo veramente magico, qualunque
esso sia, non perde mai di bellezza e
fascino, se viene dall’amore e dalla gioia.
Solamente viene e va con
le generazioni, proprio come nel mondo, la vita.
“Tutto il nostro mondo
interiore è realtà,
esso è forse più reale
del mondo visibile.
Se si definisce
fantasia o favola tutto ciò che
appare illogico, si
dimostra soltanto
di non aver capito la
natura”.
MARC CHAGALL
I DIPINTI DELLA FAVOLA
La vita
campestre,1925, Olio su tela, 101x80 cm – Buffalo (N.Y.),
Albright-Knox Art Gallery
Il
violinista verde,1923/24, Olio su tela,198x108,6 cm –
New York, Solomon R. Guggenheim Museum
Io e il
villaggio,
1911, Olio su tela, 191x150,5 cm – New
York, Museum of Modern Art
Il grande
circo,
1968, Olio su tela, 170x160 cm – New York,
Pierre Matisse Gallery
Il
pittore: alla luna, 1917, Tempera ed acquerello su
carta, 32x30 cm- Basilea, coll. Marcus Diener
Il gallo,
1929, Olio su tela, 81x65 cm, Lugano-Castagnola, coll.
Thyssen-Bornemisza
I tre
acrobati,
1926, Olio su tela, 117x89 cm – Collezione
privata
L’acrobata,1930,
Olio su tela, 65x32 cm – Parigi, Musée National d’Art Moderne, Centre
Georges Pompidou
Il
poeta(Tre e mezzo),
1911, Olio su tela, 196x145 cm –
Filadelfia, Philadelphia Museum of Art
La
grande parata,
1979/80, Olio
su tela, 119x132 cm – New York, Pierre Matisse Gallery
I
commedianti, 1968, Olio su tela, 150x160 cm – Svizzera, collezione
privata
MARC CHAGALL
Marc
Chagall nacque in una cittadina della Bielorussia nel 1887 da una
famiglia povera e numerosa. Nella sua autobiografia, narrata con
vivacità, il pittore fa costante riferimento al suo paese d’origine e a
tutte le persone che erano vissute con lui durante la sua infanzia.
Questi
ricordi ispirarono il suo lavoro e noi possiamo ritrovarli poeticamente
trasformati nei suoi quadri dalla fertile fantasia dell’artista che, con
la sua originalissima visione del mondo, seppe inventare un modo
assolutamente personale di dipingere.
Dalla
Russia Chagall si trasferì in Francia e poi per un breve periodo negli
Stati Uniti dove fu molto apprezzato e dove realizzò molte importanti
opere.
La sua
lunghissima vita – morì a Saint-Paul-de-Vence in Costa Azzurra nel 1985
a novantotto anni – fu artisticamente feconda ed eccezionale.
Ogni
tecnica pittorica fu sperimentata con successo da Chagall. Incisioni,
mosaici, dipinti murali, vetrate, furono da lui realizzati accanto ai
più tradizionali quadri.
I temi
e i motivi preferiti dall’artista sono stati i racconti fantastici e
poetici ma Chagall non ha mancato di illustrare con sentita
partecipazione anche le sofferenze prodotte dall’atrocità della guerra.
Il suo
mondo creativo è fatto di personaggi assolutamente unici: il violinista,
gli artisti del circo, il poeta, misteriose figure alate o i
protagonisti stessi delle sue tele che s’innalzano in brevi voli
acrobatici tra sogno e realtà si succedono alle raffigurazioni più
concrete dei contadini e degli animali che popolarono i suoi giorni
d’infanzia, giorni difficili, ma senza dubbio magici se ci hanno
regalato un artista come Chagall.
BIBLIOGRAFIA
Marc Chagall
–
La mia vita
–
SE
Viktor
Misiano – Chagall – Art Dossier Giunti
Ingo F.
Walther / Rainer Metzger – Chagall - Taschen
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